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Alcuni giorni fa ho seguito con interesse una discussione lanciata sui social da Fabrizio Borgio, poi portata avanti da Davide Mana (qui) e Alessandro Girola (qui) sui rispettivi blog. Tre scrittori  di genere da cui tutti gli autori emergenti, o che aspirano ad emergere, potrebbero imparare molto, e non solo riguardo l’ideazione di trame e personaggi o lo stile, ma proprio nel modo di comunicare sulla rete.

I loro interventi mi hanno fatto riflettere su alcune questioni. Se qualcuno scrive, può rifiutarsi di instaurare un dialogo col proprio pubblico? Chi fa circolare dei racconti, dei romanzi, degli ebook, e a volte anche li autoproduce (negli ultimi anni, ehm, pure io avrei scritto qualcosa), quanto deve esporsi su internet? E come?

Non penso ci sia una risposta che vada bene per tutti; come in molte altre cose della vita, ognuno è libero di scegliere la sua strada.

Dipende da quello che si vuole.

 

 

Dunque mi sono chiesto: cosa voglio? Perché scrivo? Non certo per atteggiarmi a grande scrittore o eccentrico artista. Pensandoci bene, se ho intrapreso questa carriera, che a ogni livello, anche al più infimo, presuppone una scelta ben precisa, l’ho fatto soprattutto per tre motivi.

Che non devo per forza spiattellare davanti ai potenziali lettori di questo sito.

Ne rivelerò oggi solo uno: la soddisfazione che accompagna la ricerca, ogni tipo di ricerca. Mi piace passare il tempo libero pensando cose come “Che forma posso dare al prossimo racconto da inviare alla rivista XXXXX?”, “Come escogiterò il dannato finale di questa storia, che pure aveva un incipit così convincente?” e “Il protagonista è nato in una società rimasta all’età della pietra: con quali strategie potrà uccidere da solo un iguanodonte infuriato?”. Preferisco avere in testa quesiti simili piuttosto che “Oddio, che è questo dolore al petto la mattina? Starò mica invecchiando?” o “Perché nel 1995 su quella ragazza non ho fatto colpo? Eppure…” o peggio. Che ci volete fare, sono fatto così. 

Anche se ci fossero in ballo milioni di euro, per dire. non accetterei mai di andare in TV a fare l’ospite o cose del genere. Su questo aveva e ha ragione un maestro assoluto, Stefano Benni. Che poi magari ti invitano a un programma e tutt’a un tratto nella poltrona vicino alla tua c’è il Gabibbo, o senza avvertirti ti mettono in collegamento con la Mussolini o con Diego Fusaro, e in tre minuti dovete accapigliarvi su un tema di attualità, in diretta, e fare persino bella figura, o magari in altre trasmissioni ti obbligano a parlare delle mutande dei vip e di altre simili amenità

La voglia di salire su un palcoscenico oltretutto non è mai stata una delle mie più grandi passioni, fin dai tempi delle elementari. Anzi. E dovrei cominciare a mettermi in mostra sui social?

Eppure, anche scegliendo di non “mettersi in mostra”, c’è una ragione per essere più presente online. 

 

 

Esporsi, comunicare, è rischioso. Ma è sempre meglio farlo che restare senza voce.

Sui blog (come il vecchio Queequeg, che ho tenuto dal 2006 al 2015 prima su splinder e poi su wordpress, e che infine ho oscurato) comunicare viene molto meglio che sui social. Leggere cosa scrive la gente su Facebook, per esempio, è in genere un piacevole modo per rilassarsi, ma i fraintendimenti e le rotture di scatole da qualche anno a questa parte sono frequenti. E poi c’è quell’ansia diffusa di mettersi in mostra; tutti devono commentare tutto, è una gara a chi la sa più lunga, a chi interviene prima, a chi sa rigirare meglio il discorso, a chi è più furbo. Ho dovuto usare molte energie, per esempio, per far capire a qualcuno che, se scrivo un post, non è che per forza si deve sentire in dovere di commentare, specie se non la pensa come me. La democrazia ha bisogno di regole, Facebook ne ha pochissime e tutte sballate: non è quindi il luogo adatto per discutere come si deve. Anche perché, nella maggior parte dei casi, chi interviene a gamba tesa non ha il minimo interesse per l’argomento all’ordine del giorno, sono solo mezzucci per farsi notare, lo sappiamo tutti.

 

 

Ma torniamo a noi, che questo articolo sta diventando troppo lungo.

Se comunicare è necessario, e i social non sono il luogo adatto per farlo, l’unica, ho pensato, è riaprire un blog. O meglio, intervenire di più su questo, che era pensato originariamente come un puro elenco di pubblicazioni e recensioni.

Scrivere articoli curati e meditati da poter linkare nelle discussioni in giro per la rete. E che magari rimangono nel tempo; beh, almeno per un po’. Non articoletti che parlano di quello che mangio e dei posti che frequento, ovviamente. Cose legate allo scrivere, ai film, fumetti, etc. Niente di personale, insomma, che la privacy è un bene prezioso. 

Che dite?

Io, per oggi, chiuderei qui.

 

 

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