Intervistato da Miskatonic University!

berneschikaiju

Il 10 dicembre dista ancora un po’, ma noi scaldiamo già i motori (e speriamo anche i lettori) con le nostre consuete 10-domande-10 all’autore.
Questa volta è il turno di Andrea Berneschi che ci ha rilasciato un’intervista che vi consigliamo vivamente di leggere fino in fondo, essendo ricchissima di spunti e di questioni molto interessanti.
COLLANA MISKATONIC Nr.4 – INTERVISTA A ANDREA BERNESCHI
M.U. Ciao Andrea, intanto vogliamo ringraziarti per aver accettato di partecipare a questa chiacchierata. La prima domanda è sempre la stessa: cos’è che ti spaventava di più da piccolo?
A.B. Ero un bambino molto sveglio, poi crescendo ho avuto tutto il tempo per sciuparmi. Temevo soprattutto l’inquinamento, la stupidità umana e le armi atomiche. Ricordo ancora la notte d’estate in cui, tra un nascondino e l’altro, sentii raccontare da un ragazzino più grande che la bomba avrebbe potuto “bruciare all’istante” la nostra città. Eravamo in piena guerra fredda, e questa era un’ipotesi improbabile ma non esattamente campata in aria.Nei vampiri e nei lupi mannari invece ci speravo: con un po’ di fortuna sarei potuto diventare come loro.


M.U. Tu hai giá pubblicato un’antologia personale (“Necroniricon”, edito da I Sognatori) e svariati racconti. Ti trovi più a tuo agio con la forma della novella rispetto al romanzo o si tratta solo di casualità?
A.B. Ci sono vari fattori che concorrono a farmi amare la forma del
racconto. Il primo è l’esempio degli autori che ne hanno scritti di livello altissimo (oltre alla tetrarchia formata da Poe, Lovecraft, Barker e King penso a Borges, Ballard, Landolfi, ma l’elenco sarebbe molto più lungo) riuscendo ogni volta a incastrare alla perfezione ogni singola parola, creando forme originali, efficienti, di grande impatto sul lettore. Poi viene l’abitudine: ho iniziato pubblicando racconti su un blog. Tutti sappiamo che internet non sopporta la prolissità: se vuoi essere letto da qualcuno, devi concentrare tutto in poche pagine. È stato, credo, un buon esercizio di stile. Detto questo, negli ultimi due anni ho lavorato soprattutto a un romanzo di una certa lunghezza, attualmente in lettura presso un editore; ma non voglio sbottonarmi più di tanto.
M.U. Sei anche apparso su alcune delle raccolte più belle che mi sia
capitato di leggere ultimamente. Ad esempio: nell’ormai mitica “Ritorno a Dunwich” hai dato il tuo contributo con due storie di altissimo livello, in particolare ”L’amore di un ghoul” è a mio avviso in assoluto il racconto migliore del lotto. Da cosa sei stato ispirato? Ce ne vuoi parlare brevemente?
A.B. Ti ringrazio: questo è un complimento non da poco, tenendo conto che in quella raccolta ce ne sono di bellissimi. È la storia di un ghoul che trova in un cimitero il cadavere di una donna e finisce per innamorarsene. L’amore, dicevano gli stilnovisti, esercita sempre un influsso positivo in chi lo sente, anche se viene riposto in una creatura insensibile o indifferente.
A parte la storia della letteratura, credo sia una strada che ogni essere umano degno di questo nome, almeno una volta, abbia percepito come percorribile per sé: cambiare, migliorarsi per mezzo dell’amore. E perché tutto ciò non potrebbe capitare a un ghoul? Robert Graves in “La Dea Bianca” arriva a sostenere che il lamento per una donna assente (Beatrice, Silvia, l’antica Dea Madre) è, in assoluto, l’unico argomento degno di una poesia. Ma mi fermo qui perché non voglio diventare noioso.
M.U. Una delle tue prerogative credo sia il tuo tipico modo di utilizzare l’ironia, che sfocia spesso in qualcosa di associabile alla satira. Un esempio illuminante in tal senso credo che sia il geniale “Californyatep”, racconto che apre l’antologia “Ritorno a Dunwich 2”, nel quale ti diverti a giocare col movimento hippy degli anni sessanta…
A.B. Giocare è la parola giusta. Non ce l’ho con gli hippies (forse con i moderni hipsters dai pantaloni col risvoltino, ma il discorso è diverso); anzi, è anche grazie a loro se in Europa e in America si sono diffuse le arti marziali, l’ecologismo, i diritti delle donne. Nel caso di “Californyatep” lo spunto è questo: e se il movimento della contestazione si fosse ispirato, invece che al marxismo e alle filosofie orientali, ai culti degli Antichi Dei di Lovecraft? È un’ipotesi da studiare.
Anche se a volte tratto temi seri, perfino pesanti, evito di spiegare a chi legge come si dovrebbe sentire o come la dovrebbe pensare. Il mio non è disimpegno postmoderno o semplice cinismo. Secondo me la narrazione dovrebbe essere il più possibile ambigua e pericolosa, come in genere è la vita. Il lettore non dovrebbe percepire un personaggio subito come “buono” o “cattivo”, ma osservare come si comporta; deciderà poi se fare il tifo per lui o meno. Non dovrebbe mai essere troppo rilassato o ingenuo, un vero
lettore. Nel cinema, grandi maestri di questo approccio sono Virzì e
Sorrentino (a proposito, avrà i suoi alti e bassi ma non perdetevi lo spassoso The Young Pope). In letteratura mi vengono in mente soprattutto Verga e il cupo, lucidissimo De Roberto, su cui mi sono laureato. Punti di riferimento inarrivabili, ma il loro nome va omaggiato ogni volta che se ne presenta l’occasione.
M.U. Veniamo ora al presente più immediato. “Il Cimitero dei Kaiju” è uno scritto completamente differente da quanto pubblicato finora in questa collana e senz’altro presenta molti elementi di originalità. I tuoi Kaiju ad esempio, non sono i colossi nobili ed invincibili apparsi spesso sul grande schermo, ma esseri malati, ripugnanti, quasi dei freak che soffrono in continuazione. Come mai questa scelta così particolare?
A.B. In origine i “mostri giganti” cinematografici (americani e giapponesi) intendevano infondere nello spettatore soprattutto angoscia e raccapriccio.
Oggi la figura del kaiju l’abbiamo vista in migliaia di cartoni animati,
videogiochi, pubblicità. È un ingrediente della narrazione popolare, spesso cotto in salsa trash, che le papille del nostro inconscio riconoscono e digeriscono ormai con tranquillità. Perché non tentare di riportare il mostro alla ribalta restituendogli tutto il suo morboso e scandaloso fascino? Sbaglia chi pensa che, scrivendo di kaiju, possano venire fuori solo storielle per bambini. La letteratura è e sarà sempre in grado di ripescare un elemento, trito e ritrito quanto vogliamo, dal calderone del consumo popolare e riutilizzarlo in opere di livello elevato. O, almeno, in opere più ambiziose e originali.
Esemplari in questo senso sono i romanzi di Alessandro Girola, specie “Grexit Apocalypse”, che mi è piaciuto tantissimo. Io ho optato per uno sviluppo più nelle mie corde, meno fantapolitico e avventuroso, ma più drammatico, esistenzialista e splatter. Se i miei kaiju rimangono nei sogni e nell’immaginario di un solo lettore, sono già contento.
M.U. Tu collabori da tempo alla popolare webzine filmhorror.com e sei un grande appassionato di cinema, specialmente quello fantastico che arriva dall’oriente.
Dacci qualche consiglio su alcune pellicole, magari meno note ai più, ma secondo te imperdibili.
A.B. Filmhorror è una webzine nata dieci anni fa, co-fondata da Cristiano Stocchi, Maurizio Gambini e Francesco Cortonesi, in seguito gestita anche da me, Federico Lazzeri e altri. Ha in archivio centinaia e centinaia di recensioni di film, libri, serie tv. Colgo l’occasione per dire che siamo perennemente in cerca di collaboratori. Se qualcuno è interessato a far parte di questa ormai storica realtà, ad associare il suo nome al nostro, si faccia sentire. Astenersi perditempo.
Veniamo adesso ai film, in rigoroso ordine alfabetico. Sono tutti post-2000 tranne uno, nessuno è gratuitamente weird; diciamo che sono adatti a un pubblico adulto (da insegnante li sconsiglierei ai miei alunni minorenni, che sicuramente stanno leggendo questa intervista. A letto, ragazzi, che è tardi!).
“A girl walks home alone at night” di Ana Lily Amirpour (2014): storia di vampiri punk femministi in Iran.
“Deadgirl” di Marcel Sarmiento e Gadi Harel (2008): romanzo di deformazione indipendente americano; ha per protagonisti degli adolescenti, ma è un film adultissimo. C’è di mezzo un bello zombie.
“Ichi the killer” di Takashi Miike (2001): il problema del sadomasochismo nella mafia giapponese.
“Izo” di Takashi Miike (2004): capolavoro splatter-filosofico, apprezzato da Quentin Tarantino. Non tutti lo capiranno; se trovate e leggete la mia recensione mi fa piacere.
“Macabre” dei Mo Brothers (2009): fresco e divertente horror indonesiano.
“Snowtown” di Justin Kurzel (2011): pesantissima discesa nel vero orrore del degrado umano, made in Australia.
“Tetsuo II: Body Hammer” di Shinya Tsukamoto (1992): più commerciale del primo “Tetsuo”, ma lo preferisco. Questo farà inorridire i puristi, ma non me ne potrebbe fregare di meno.
“These final hours” di Zak Hilditch (2013): postapocalittico australiano di ottima fattura e basato su un’idea di fondo a dir poco affascinante.
M.U. Entrando più nello specifico, mi sembra di notare che ami molto il Giappone e alcuni suoi aspetti culturali (e questo racconto ne è un’ulteriore riprova).
È solo una fascinazione legata all’immaginario estetico, o c’è anche
qualcosa di più radicato?
A.B. Ci hai preso in pieno: non si tratta solo di forme e colori, e nemmeno di esotismo, che è il modo sicuro per fraintendere una cultura o un popolo.
Ho sempre visto il Giappone come un modello eretico rispetto a quello dominante, ma allo stesso tempo competitivo, addirittura superiore. Gli americani li obbligano a fine ‘800 ad aprirsi al commercio? Da nazione feudale e gelosa del proprio isolamento, sono in grado in pochi anni di trasformarsi in una delle più industrializzate. Sono stati il primo popolo asiatico ad aver sconfitto degli europei in epoca moderna (guerra russogiapponese, 1904-1905). Hanno inventato il sistema di produzione chiamato toyotismo, molto più umano ed efficiente del fordismo. Non è mica un caso, se nel mondo le moto giapponesi vendono più di quelle americane. L’aikido, Go Nagai, Lone Wolf and Cub, i fumetti di Takehiko Inoue, l’animazione robotica, materia di cui è esperto il mio amico Jacopo Nacci, anche lui yamatofilo… tutta roba loro. La storia di questo popolo presenta anche pagine oscure, ma insegna che tra “abbracciare del tutto il sistema occidentale” e “relegarsi a una sopravvivenza stentata” c’è sempre una terza via. Basta saperla immaginare.
M.U. A livello di letteratura invece, di genere e non, quali sono i libri e gli autori che più ti sentiresti di “incolpare” per averti spinto verso la decisione di provare anche tu a metter le tue idee su carta?
A.B. In realtà ho sempre voluto scrivere. Quando avevo sei anni composi una poesia che a scuola fece scalpore; diceva, in breve, che anche le più misere creature vegetali nate ai bordi dei marciapiedi hanno un cuore d’argento splendente e ogni giorno lottano contro l’inquinamento e la morte.
Per scrivere ci vogliono stimoli, ed è meglio se questi non vengono solo dai libri o dal cinema, ma da persone in carne ed ossa. Ecco quindi che colgo l’occasione di ringraziare tutti quelli con cui passo le giornate, la mia ragazza per prima (ha il coraggio di vivere con me!), poi i miei alunni, i colleghi ed ex-colleghi, gli amici che ho la fortuna di avere. Se ho deciso di diffondere le mie cose è soprattutto merito di uno di loro. Trattasi di Alessandro Gori, conosciuto sul web come Lo Sgargabonzi, che è stato definito recentemente da Internazionale “il più grande scrittore comico italiano”, scusate se è poco. Lo conosco da quando non era ancora famoso e posso dire in tutta franchezza: caro Luttazzi, su questo ragazzo non ci hai capito proprio niente.
Solo dopo le persone che conosco dal vivo vengono tutti gli autori che mi hanno dato qualche scintilla cerebrale quand’ero un ragazzino e che me ne danno ancora. Ecco dunque una selva di nomi: oltre a quelli citati nelle precedenti risposte ci sono almeno William Burroughs, Moorcock, Evangelisti, Gibson, Kafka, il buon vecchio Dostoevskij, William T. Vollmann, Carlton Mellick III, Gianfranco Manfredi; e poi i fumetti della Bonelli (in particolare Dampyr, Magico Vento, Lilith, la collana “Le Storie”),
il cinema, la musica, etc. etc…
M.U. Collana Miskatonic è un progetto giovanissimo, concepito
volutamente con un basso profilo e con l’obiettivo di rilanciare la narrativa breve. Come mai hai deciso di pubblicare con questo tipo di realtà così particolare? Cosa ti aspetti da questa nuova – ed insolita – esperienza?
A.B. Ho potuto conoscere Andrea e Giulia della Miskatonic University lo scorso Febbraio, in occasione del Dunwich Day, e con loro ho avuto subito una forte intesa umana. Operano con passione, competenza e coscienza, sono puntuali e precisi, e sulla letteratura di genere ne hanno di cose da dire. Grazie a questo, ormai sono un punto di riferimento imprescindibile per gli appassionati della penisola. Con Mauro Corradini di Vincent Books
editore ho parlato solo brevemente, ma credo che non mancheranno le occasioni di sentirci ancora per nuovi progetti. A parte questo (e già sarebbe molto) coi nomi che erano coinvolti, quando mi hanno chiesto se volevo essere della partita non ci ho pensato due volte. Cosa mi aspetto? Già mi sono divertito così, e va bene; forse riuscirò anche a incuriosire nuovi lettori.
M.U. Siamo così giunti al termine di questa bella chiacchierata. Vuoi
aggiungere qualcosa? Puoi dire ciò che desideri, hai carta bianca e licenza di uccidere…
A.B. Ecco la predica.
Ogni tanto, qua e là sui social network o in giro, trovo qualcuno che ripete discorsi molto vecchi. Che il vero cinema horror è quello degli anni ’80. Anzi dei ’70. Anzi, dei ’60, il resto è robetta commerciale. Che tanto in Italia non ci sono lettori. Che il cinema è morto, l’arte è morta, etc. etc.
Volevo ricordare a queste anime tormentate che il nostro Alessandro Manzetti quest’anno ha vinto il Bram Stoker Award, è stato eletto per un incarico di due anni nel Board of Trustee dell’Horror Writers Association, ha aperto una filiale italiana della storica organizzazione internazionale; ed è un bel gruppo pieno di energia, impegnato ogni giorno in nuovi progetti, affamato di carne e di sangue.
A ben cercare, poi, si trovano ancora editori onesti, che non chiedono soldi e conoscono bene il loro mestiere. Se un autore ha voglia di lavorare, semplicemente continua a produrre. Di certo non passa il tempo a lamentarsi o ad accapigliarsi con altri disgraziati sui forum. È miope affermare che in Italia non ci siano lettori di narrativa di genere. Ogni mese Dylan Dog vende, più o meno, centomila copie. Centomila persone sborsano tre euro e venti centesimi, ogni trenta giorni, per leggere una storia. Pensateci. Tex vende quasi il doppio. Si tratta un pubblico più abituato ai fumetti, dite? Beh, ma non stiamo parlando di albi colorati di 30 pagine, di roba per bambini. È la Bonelli, e da lì alla letteratura c’è davvero poco, o forse niente.
Con questa nota, che vuol essere positiva, passo e chiudo.
Grazie ancora per l’ospitalità e la gentilezza che avete sempre dimostrato.
Buon lavoro a tutti!

 

Fonte: Miskatonic University

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