Van Gogh e il Giappone

“Caro Theo,

voglio scriverti qualche altra mia impressione di Anversa […] Soprattutto quando si arriva dalle sabbie, dalla brughiera e dalla quiete di un villaggio di contadini […] il contrasto è curioso. De Goncourt diceva: «Sempre giapponeserie». Ebbene, quei moli sono una formidabile giapponeseria, fantastica, strana, mai vista – per lo meno si possono considerare così.

Vorrei farci una passeggiata con te, soltanto per sapere se vediamo allo stesso modo. Laggiù si potrebbe fare di tutto: vedute della città, figure di ogni sorta, le navi come protagoniste, con acque e cielo di un grigio delicato, ma soprattutto giapponeserie. Voglio dire che le figure sono sempre in azione, si vedono nell’ambiente più strano, tutto è formidabile, e si presentano sempre dei contrasti interessanti“.

(Vincent Van Gogh, “Lettere a Theo”, a c. di M. Cescon, Guanda, 2016)

È il 28 novembre 1885: Van Gogh esprime un evidente entusiasmo per le stampe giapponesi. Non è stato l’unico pittore europeo di fine ‘800 a coltivare questa passione, ma forse si tratta di quello influenzato più profondamente dall’arte orientale.

Nell’immagine, il famoso “Autoritratto con stampa giapponese” (olio su tela, 1887).

“Stampa”, mi raccomando, non “spada”.

Qui invece una trasfigurazione fantastica di Van Gogh che non solo ama appassionatamente la cultura orientale, ma si vede costretto a usare la katana e il kusarigama.

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